Non violenza, mafia, università. Intervista ad A. Cozzo

Ricercatore e docente all'Università di Palermo, Andrea Cozzo è soprattutto un attivista molto noto in quella città, oltre che un teorico (e “pratico”) del pensiero nonviolento importante a livello nazionale. Conoscendolo di persona, siamo amici ormai da anni, ne ho approfittato per intervistarlo, incentrando l'attenzione su due questioni: l'approccio nonviolento alla lotta alla mafia e la critica al sistema d'insegnamento universitario. Ovviamente non ci siamo limitati a discutere di questi soli due argomenti, ma abbaiamo toccato molte altre questioni. Il tutto tramite una comoda, ma confesso limitante, corrispondenza elettronica.

Sei un ricercatore universitario, attivo nella facoltà di lettere di Palermo, dove tieni corsi di Cultura greca, ma sei noto soprattutto per i tuoi lavori di attivista. Certamente in ambito nonviolento sei un nome, sia a livello locale, che nazionale. Potresti riassumere brevemente le tue attività attuali? (riviste in cui scrivi abitualmente, corsi che tieni, collaborazioni, ecc.)
All'Università, oltre al corso di Lingua e letteratura greca, tengo un Laboratorio di "Teoria e pratica della nonviolenza" (3 CFU)a cui partecipano ogni anni 30 studentesse/studenti, ma ho tenuto numerosi corsi di Gestione nonviolenta dei conflitti in Centri sociali, nelle scuole (per studenti delle scuole medie secondarie, e per docenti), e per le Forze dell'ordine. Faccio parte del Comitato scientifico di "Quaderni Satyagraha" e mi è capitato di scrivere, oltre che su questa rivista, anche su "Azione nonviolenza" e "Segno". Sulla nonviolenza ho scritto diversi saggi; i lavori monografici di maggiore interesse (spero) sono Conflittualità nonviolenta. Filosofia e pratiche di lotta comunicativa Milano, Mimesis 2004, e Gestione creativa e nonviolenta
delle situazioni di tensione. Manuale di formazione per le Forze dell'ordine, Pisa Gandhi Edizioni 2007.
Visto che sei l'autore di Conflittualità nonviolenta, ovvero di uno dei primi tentativi italiani di risistemare "organicamente" l'insieme del pensiero nonviolento, sei forse la persona più indicata a rispondere alla domanda: che cosa vuol dire esattamente nonviolenza? Possiamo definirla un etica, una morale, una teoria politica o una religione? O forse è qualcosa d'altro?
Direi che la nonviolenza può essere intesa ad almeno due livelli: uno, per così dire, pragmatico ed uno etico. Nel primo caso essa consiste in una serie di tecniche e regole (regole comportamentali, non formule magiche) la cui conoscenza contribuisce alla risoluzione dei conflitti senza che si debba ricorrere all'uso della violenza (neanche a quella di difesa) - sia essa fisica o verbale o psicologica. Nel secondo caso la nonviolenza può essere definita un "habitus", una "forma mentis", che muove chi la adotta non solo nei casi di conflitti, ma in ogni atto della sua vita, costituendo una sorta di filosofia dell'individuo e ha a che fare con una visione economico-politica: per dirlo in estrema sintesi e con una espressione che, per chiarezza, andrebbe sviscerata nei dettagli, con un liberal-socialismo ecologista (ma Gandhi lo chiamava, più radicalmente, comunismo). In realtà, se sono veri i cosiddetti IV e V principio della termodinamica (cioè che "perché un esperimento riesca, bisogna crederci", e che "nessun esperimento riesce mai a primo colpo"), allora una base di fiducia nella validità delle tecniche nonviolente e un minimo di esercizio continuato in esse diventano elementi necessari perché la sua applicazione risulti efficace. A scanso di equivoci, mi preme dire che in entrambi i casi la nonviolenza non è buonismo o accettazione passiva delle prepotenze –individuali o sociali, che siano-, ma lotta senza quartiere per il loro superamento. La nonviolenza è per conflittualità, non per la sua eliminazione: i soprusi e lo sfruttamento devono essere combattuti e non taciuti o accettati, ma la lotta deve avere alcune caratteristiche che le rendano tra l'altro effettivamente 'vincenti', prime tra tutte quella di essere dirette contro le azioni e non contro le persone e quella di adoperare mezzi eticamente omogenei al fine. Due parole su quest'ultima caratteristica che può risultare non chiara: in opposizione al principio borghese –e per nulla comunicativo- per cui il fine eticamente buono giustifica i mezzi cattivi, Gandhi sostiene e pratica che per raggiungere fini che si ritengono eticamente buoni, per evitare che ci si autolegittimi in tutto (cosa che possono fare autoreferenzialmente tutte le parti in conflitto), bisogna adoperare mezzi che si ritengano buoni dal punto di vista etico; diversamente, non si può criticare il proprio avversario perché usa a suo vantaggio anche qualsiasi mezzo che gli permetta di vincere.
Come giudichi l'influenza che il tema della nonviolenza ha avuto negli anni nella vita di molti partiti "ufficiali" della scena politica italiana? Dai Radicali a Rifondazione Comunista non sono mancate "sensibilizzazioni" al tema, se non proprio delle "conversioni".
Molto sinceramente, mi pare che sia nei Radicali sia, ultimamente, in Rifondazione Comunista, la nonviolenza sia soprattutto una bella parola, poco rispondente a metodi di lotta dei due partiti in questione. Dalla nonviolenza i Radicali hanno attinto principalmente il ricorso agli scioperi della fame e/o della sete e Rifondazione, a sua volta, ha fatto riferimento ad essa per scoraggiare l'uso della violenza (utilizzando il termine"nonviolenza" più o meno come sinonimo di "pacifismo"), ma nessuna delle due formazioni politiche ha fatto mai nulla per far crescere la cultura della nonviolenza nella società civile, né ha mai organizzato con la gente lotte seguendo metodi nonviolenti.
Da siciliano vivi quotidianamente in una terra di conflitto. Prima ancora che da attivista e da "studioso", come vivi e vedi umanamente il problema della mafia?
Per me, vivere in una contesto mafioso vuol dire in primo luogo vedere quotidianamente un certo modo di relazionarsi che si acquisisce fin da ragazzini e sempre più negli anni quando, anziché apprendere che c'è un sistema di leggi che tutela i diritti di tutti, si scopre che il rispetto è una cosa che bisogna sapersi conquistare facendo il duro, ricorrendo alla minaccia o alla protezione di chi è potente: è in questo brodo di coltura che la mafia, godendo di un certo consenso sociale, cresce e prospera. Oggi questa educazione viene rinforzata anche dalla televisione! Vivere in un contesto mafioso significa anche vedere di tanto in tanto l'auto di qualche commerciante o la saracinesca del suo negozio bruciate e capire che, evidentemente, il Tizio si è arrischiato a rifiutarsi di pagare il pizzo: quando poi vedi che il negozio ha cambiato gestore o che tutto è tornato alla calma, capisci che il tentativo di ribellione non ha sortito effetto e che chi lo ha messo in atto alla fine si è visto costretto a cambiare mestiere o ad arrendersi. Significa, per fare un ultimo esempio, vedere sorgere edifici in luoghi nei quali era vietato costruire ma che improvisamente sono diventate aree edificabili. Perché tutto questo avvenga, non basta –come da tempo sappiamo anche ufficialmente- che la mafia sia solo criminalità organizzata: essa è un sistema illegale strettamente intrecciato con quello politico che si preoccupa di garantire legalmente la prevaricazione. Da questo punto di vista, tutto il sistema neoliberista –dal livello macro della globalizzazione, che clandestinizza il potere decisionale e mescola sempre più i percorsi dell'economia legale con quelli dell'economia illegale, a quello micro, in cui Berlusconi vara leggi che legalizzino i suoi reati- è riconoscibile, per dirla con Umberto Santino, come "modo di produzione mafioso": la globalizzazione e il nostro tipo di economia sono pertanto intrinsecamente criminogene, intrinsecamente portatori di violenza e di sotterfugio.
Ci sono delle "chances" per un approccio nonviolento alla lotta contro la mafia (o per una soluzione nonviolenta del problema mafioso)? E se sì, quali sono le differenze, il "di più" rispetto a quello che sta già facendo lo Stato e soprattutto quello che fanno ogni giorno altre associazioni?
Sotto la cura di V. Sanfilippo, abbiamo pubblicato un piccolo libro, Nonviolenza e mafia (Trapani, ed. DG, 2005), che raccoglie gli interventi fatti ad un Convegno che portava lo stesso titolo. Per quello che mi riguarda (rifacendomi in parte anche a ciò che dicevo a quel Convegno), penso che la nonviolenza può dare un grosso contributo al superamento del sistema mafioso: a livello culturale, diffondendo una cultura della responsabilità (ben diversa da quella della legalità oggi di gran moda) e della gestione dei conflitti; a livello politico, attivando pratiche di democrazia partecipata (come, per intenderci, quella sperimentata a Porto Alegre); a livello giuridico, sostenendo il passaggio da una giustizia repressiva e rieducativa ad una giustizia rigenerativa (che favorisca la comprensione degli operatori di mafia e quindi la loro trasformazione); a livello sociale, mediante lo sviluppo di centri sociali e centri di mediazione di quartiere (che sottraggano agli uomini di mafia il dominio del territorio spesso fondato proprio sulla capacità di intervenire a favore di chi si rivolge loro per risolvere conflitti con altri); a livello economico, mediante lo sviluppo, biosostenibile, di una produzione e circolazione di prodotti finalizzate al soddisfacimento dei bisogni piuttosto che all'accumulazione. Nonviolenza e superamento del sistema neoliberista-mafioso non sono due cose diverse.
Esempi di risultati concreti da parte di realtà nonviolente attuali?
Se ti riferisci specificamente all'ambito delle azioni per la liberazione dal sistema mafioso, ricordo il lavoro –in questa direzione e contemporaneamente in direzione di emancipazione sociale tout court- di Danilo Dolci a Partinico, Trappeto, Valle del Belice. Se vuoi esempi di lotte nonviolente che si sono rivelate davvero efficaci in qualsiasi ambito, basti citare a livello generale quelle femministe o quelle che hanno portato alla caduta dei paesi cosiddetti comunisti; oppure, a livello più specifico, il caso del Sudafrica di Mandela, del Mozambico, delle Filippine: tutti luoghi in cui le dittature sono state abbattute dalle lotte nonviolente. Sono solo alcuni esempi, ma nel mio libro Conflittualità nonviolenta ne potrai trovare elencati  molti altri. Infine, se mi stai chiedendo di realtà organizzate "strutturalmente" in modo nonviolento, posso ricordare le varie comunità dell'Arca fondate da Lanza del Vasto in Francia, tuttora esistenti.                                                                                                                    Come sta la mafia di questi tempi? I media CIdanno l'idea di un mostro cui sono state mozzate le teste, con gli arresti di decine di boss. La mafia è davvero in crisi? Non sono specificamente uno studioso di mafia, ma la mia impressione è che, se da un lato, i boss mafiosi hanno avuto duri colpi, da un altro lato lo stretto e intricato rapporto esistente tra mafia e politica non ci permette affatto di considerare questo fenomeno in serie difficoltà.
Come giudichi il movimento Addio pizzo?
Lo considero una delle piccole cose molto positive soprattutto nel suo momento iniziale, ma non mi pare che esso possa garantire certezze nella lotta alla mafia, che –come è stato più volte accertato- non esita addirittura a suggerire alle sue vittime di iscriversi ad associazioni contro la mafia per non destare sospetti di pagare il pizzo...                                                    Se parliamo di nonviolenza e di Sicilia (e di lotta alla mafia), viene in mente un nome su tutti: Danilo Dolci. Puoi parlarci di questa figura, magari non nota a tutti come dovrebbe? Quanto è ancora importante, attuale e vivo il suo lavoro ai nostri giorni? Danilo Dolci si trasferì dal Nord a Partinico (Palermo) nel 1952 e vi visse e lottò per 45 anni. Esordì con un digiuno che portò all'attenzione nazionale il fatto che in Sicilia i bambini potevano ancora morire di fame. Oltre a denunciare la mafia locale e i politici conniventi e 'conseguentemente' ad andare (lui!) in prigione, tra le altre cose inventò e praticò, con i contadini della zona, lo "sciopero al contrario": aggiustando una strada di campagna altrimenti impercorribile (anche questo gli costò l'arresto!), progettando e costruendo la diga che ancora oggi dà acqua ai paesi del circondario e alla stessa Palermo. E' anche l'inventore della  struttura maieutica", un modo di riunirsi e di prendere decisioni 'dal basso', che è in qualche modo l'antenato della nozione di "democrazia partecipata": non si basa sulla pratica, che potremmo dire 'borghese', del dominio della volontà della maggioranza, ma su quella dell'ascolto reciproco. Sulla base di questo approccio elaborò e costruì, con gli abitanti di Partinico e Trappeto, una scuola elementare e media che, per struttura architettonica e per modalità di insegnamento, funzionava in modo non autoritario.
Oggi, a circa dieci anni dalla sua morte, restano attive le persone che con lui collaboravano più spesso, nonché alcune associazioni (qualcuna fondata dai suoi figli), che portano avanti, sia pure in modo diverso, le sue idee e i suoi metodi.
Un altro nome che da tempo ha ripreso a ricorrere fra i movimenti, rispetto alla questione mafia, è quello di Peppino Impastato. Come giudichi la sua figura?
Limpida e generosa. La figura di una persona capace di lottare la prepotenza mafiosa anche quando essa era quella della propria famiglia, e di vivere con coerenza il proprio dissenso nei confronti dello Stato borghese.
Cambiando argomento, lavori ormai da anni all'interno del contesto accademico. Cosa pensi di questo mondo (so che hai anche pubblicato un libro sull'argomento)? È necessaria una rivoluzione nonviolenta anche qua dentro? L'esperienza passata (di cui non ho potuto che vedere le briciole) del "corpo basso" nella facoltà di Lettere a Palermo può essere un punto di partenza?
L'Università è il luogo in cui si produce il sapere e lo si impone –il linguaggio dominante, per eufemismo, preferisce dire "lo si trasmette"- al resto della società. Poiché la conoscenza, lungi dall'essere neutra, è sempre un certo contenuto di conoscenza, connotato in senso valoriale (e non può non esserlo), e poiché la sua trasmissione avviene in specifiche forme sociali (e dunque, di nuovo, valorialmente connotate), nasce un doppio problema: quello della scelta dei contenuti e quello della scelta delle modalità di trasmissione di quei contenuti. Per intenderci: 1) perché va studiata la medicina farmacologica e non l'agopuntura, o l'energia nucleare e non quella solare, o l'economia industriale e non quella ecologica, o la filosofia occidentale e non quella orientale, o più semplicemente Aristotele ma non Sesto Empirico, e Kant ma non Montaigne? 2) perché la trasmissione del sapere viene a coincidere, da noi, con la sua imposizione, a volte anche al di
là della volontà di alcuni docenti? Il sistema accademico risponde, sostanzialmente, che il sapere che esso elabora è il frutto dell'unica reale conoscenza scientifica in continuo progresso e che non ci sono altre forme di trasmissione possibili. Insomma, esso è perfetto e non ha nulla da cambiare: gli studenti, se vogliono davvero apprendere, non hanno che da comprendere (ma in realtà sarebbe sufficiente dire: "registrare") ciò che viene loro insegnato e ordine e progresso saranno assicurati. Dal mio punto di vista, questo modo di pensare è, anche al di là delle intenzioni di chi lo adotta, intrinsecamente violento, perché ignora di stare riproducendo come fosse naturale la società esistente escludendo al contempo a priori gli studenti e le studentesse dalla elaborazione del sapere che li/le impregnerà, senza che possano avere coscienza del rapporto che c'è tra ciò che imparano e il modo in cui imparano da una parte e i loro presupposti e valori dall'altra parte. Gli studenti e le studentesse, per adoperare il vocabolario della nonviolenza, vengono posti/e in posizione "minore" di fronte ai docenti che occupano la posizione "Maggiore". Fin qui, in realtà, l'analisi può coincidere con quella di altri modi di pensare critici nei confronti del sistema accademico. E' la pars construens a differenziare il pensiero nonviolento dagli altri, ed esso si è incarnato, dal 1989 al 2001 circa pienamente e poi sempre più stentatamente, nell'attività teorica e pratica del "Corpo basso" della Facoltà di Lettere e filosofia di Palermo a cui tu fai cenno. Durante e dopo l'occupazione dell''89, a cui io allora partecipai da dottore di ricerca, per più di 10 anni abbiamo fatto una critica del sistema accademico mostrando nei fatti quale poteva essere l'alternativa. Nell'edificio denominato "Corpo basso", parte della Facoltà di Lettere adiacente al corpo centrale, una ventina di studenti, studentesse e (unico prima dottore di ricerca, poi ricercatore) io, creammo una sorta di università ombra: mettemmo in piedi prima uno, poi due, fino ad arrivare a dieci, seminari annuali ognuno dei quali aveva cadenza settimanale o bisettimanale (ogni volta 4 o cinque ore, spesso senza nessuna interruzione) che portavano la titolatura di diverse discipline istituzionali accorpate. Ad esempio, c'era un "seminario di filosofia ed epistemologia", uno di "lingua e civiltà greca e latina", uno di "antropologia, sociologia e geografia" ecc. Alla partecipazione erano ammessi tanto studenti e studentesse (che arrivavano effettivamente in gran numero e poi portavano ciò che avevano studiato in questi seminari come "programmi alternativi" agli esami delle discipline di cui essi erano 'ombra') quanto docenti. Le regole concertate erano 1) che si stava in cerchio e non nella posizione frontale docente-discenti; 2) che si stabiliva insieme un testo di 30-50 pagine –in continuità o meno con quelle stabilite la volta precedente- che tutti avrebbero letto ma due volontari si incaricavano comunque di riassumere oralmente all'inizio dell'incontro successivo in modo da costruire una piattaforma comune per gli interventi che da quel momento ci sarebbero stati e potevano essere interventi per correggere o arricchire il riassunto stesso o per commentare ciò che si era sentito o letto; 3) che si parlava per alzata di mano e nessuno poteva interrompere chi stava parlando (fermo restando che nessuno poteva parlare più di 10 minuti di seguito); 4) che nessuno citasse testi o autori che non fossero patrimonio comune (dunque che non fossero l'oggetto di quell'incontro o di quelli precedenti), sia per evitare che ci si dovesse fidare del riferimento –che poteva essere anche sbagliato- sia per evitare che la discussione si spostasse dall'oggetto comune al testo o autore citato che poteva essere noto solo ad alcuni e dunque escludeva tutti gli altri, sia infine per impedire che il testo citato o colui che faceva più spesso citazioni potesse svolgere una funzione autoritaria, mentre noi volevano che ognuno si persuadesse di ciò di cui ... si persuadeva davvero. Se non si potevano citare autori non studiati insieme, si poteva però fare riferimento alle tesi di un autore senza citarlo ma esponendone le idee come fossero le proprie (e, in quanto effettivamente condivise, erano le proprie!): così si era concordato che, ad esempio, a meno che non si stesse studiando proprio l'Etica di Spinoza, non si usassero espressioni del tipo "come Spinoza dice nell'Etica, 'l'ordine e la connessione delle idee è lo stesso che l'ordine e la connessione delle cose'", ma la si cambiasse in "io sono convinto che l'ordine e la connessione delle idee ecc.": se questa frase non veniva accettata, chi l'aveva pronunciata e non riusciva a persuadere della sua validità poteva poi, alla fine dell'incontro, proporre la lettura dell'Etica di Spinoza per prenderla in esame tutti insieme. Naturalmente, i docenti non avevano alcuno status privilegiato e partecipavano seguendo le stesse regole senza eccezioni; e lo scopo, nel modo di intervenire, non era mostrare di avere ragione o di arrivare ad una verità uguale per tutti, ma ad una varietà di interpretazioni possibili da accettare sulla base della coerenza che esse avevano rispetto ai presupposti extra-scientifici ad esse sottese (e dunque, prima, da individuare). In breve, tutto era frutto di negoziazione, ed era indispensabile non solo (legittimo) giovanile desiderio di contestazione ma anche (pragmatica) matura voglia di sforzo costruttivo, capacità di ascolto e di rispettare ciò che era stato concordato senza alcuna imposizione, capacità di autogestione della libertà perché non sfociasse in caos o in un tipo di prevaricazione, diversa da quella istituzionale ma pur sempre prevaricazione. Non so se sono stato chiaro, ma ti assicuro che raccontare in poche righe la ricchezza organizzativa e la bellezza di quelle pratiche, per me, non è facile. Comunque, ho esposto più ampiamente cosa significa per me rivoluzione nonviolenta nel sistema disciplinare e didattico nel III capitolo di Conflittualità nonviolenta e, in particolare nell'ambito degli studi di Greco antico (l'altra mia competenza professionale), in La tribù degli antichisti, Carocci Roma 2006.
Io e te siamo amici da ormai molti anni. Quando è uscito il primo numero di questo giornale ti ho spedito il pdf del numero, immaginando per la verità che non avresti apprezzato i toni un po' troppo "aggressivi", o per meglio dire, la strategia comunicativa adottata. La tua critica si è centrata (come immaginavo) soprattutto sul nome e sull'editoriale. Puoi riprendere e chiarire questi punti?
Hai parlato di strategia comunicativa. Bene, vediamola provando ad immaginare cosa succede quando uno si trova davanti il vostro giornale "Ecrasez l'infame!". Il titolo in francese allontana quelli che non lo conoscono, così come il fatto di rivendicarsi come periodico "antiliberale e comunista" allontana tutti quelli che non si riconoscono in questa etichetta e quindi: fine della comunicazione perché alla lettura dell'editoriale non ci arriva nessuno che non sia già a priori antiliberale e comunista. Io penso che comunicare significa mettere in comune, fare comunità e confliggere per la costruzione di sempre maggiore comunità, e penso che il comunismo sia la stessa cosa. Ora, se lo scopo di parlare a quelli che già sono d'accordo (che per me è uno scopo strano, non molto diverso da quello di parlare a se stessi), allora tutto questo va benissimo; ma se è quello di dialogare con persone nuove allora non va più bene. Porsi come cultori di lingua francese (o anche solo come conoscitori di un'espressione originale di Voltaire) o come antiliberali e comunisti in una società in cui questi termini sono stati ideologicamente squalificati, presentarli smaccatamente davanti al proprio interlocutore non significa sfidarlo al confronto sulle idee, ma semplicemente sbattergli in faccia ciò che egli è stato abituato a considerare nemico senza fare nulla per fargli cambiare idea, e dunque rifiutarlo come interlocutore, come parte del progetto di comunismo. Invece di mostrare a quelli che hanno pregiudizi verso i comunisti che vale la pena parlarci, ci si limita a dire che si è comunisti. Il che mi pare proprio il contrario di una "strategia comunicativa". E poi, in cos'è che tutto questo identitarismo "antilberale e comunista" mostra il lavoro di "un collettivo eterogeneo e non identitario", come si legge poi
nell'editoriale? Se poi l'interlocutore non comunista riflette sul titolo o addirittura arriva a leggere l'editoriale, beh direi che a quel punto pensa proprio che i suoi pregiudizi non erano tali, perché vi trova espressi proprio una violenza verbale e concettuale (o pensi che "schiacciate l'infame!" sia un messaggio su cui lo 'spregevole' piccolo-borghese medio è davvero indotto a riflettere? E poi se quello è spregevole, perché poi vorresti che ti desse ragione?) che, piuttosto che comunicazione, è moralismo e pregiudizio nei confronti della persona altrui anziché lotta comunicativa che contrasti l'azione altrui. Chi è "l'infame"? Questa parola non descrive nessuna azione da combattere, ma semplicemente insulta chiunque non ci vada a genio. L'infame sta solo nei quattro luoghi che vengono menzionati (dietro la cattedra, in Parlamento, in Vaticano, a villa Mirafiori) o ce ce sono anche al di qua della cattedra, e tra "noi antiliberalii e comunisti", e magari se ne trova una parte in ognuno di noi? Oppure tra "noi", o se preferisci, tra "voi" si è tutti santi o c'è qualcuno che è tutto santo? Cosa facciamo, una Chiesa al contrario? In ogni caso, dove sta la "battaglia filosofica" quando si insulta l'altro? Sinceramente, trovo in tutto questo un legittimo diritto di espressione e quindi una perfetta manifestazione di quell'ideologia borghese che vede la comunicazione come libertà di parola per tutti, ma nulla che abbia a che fare con il comunismo e la sua costruzione.
Domanda stupida (ogni tanto servono pure): meglio Marx o meglio Nietzsche?
Non me la sento di scegliere. Nella mia formazione sono stati entrambi fondamentali (su Nietsche, come tu sai, ho scritto anche un librettino): Marx per la capacità di leggere le dinamiche strutturali delle società e di riconoscere la la loro importanza; Nietzsche per la messa a fuoco dei rapporti tra sapere e potere e per il modo di vedere le cose nella loro relazione complessa. Tuttavia, lasciamelo dire, quello che, a mio parere, consente di mettere in pratica, con attenzione alle sfumature della concretezza, anche ciò che di bello e rivoluzionario Marx e Nietzsche hanno pensato, è il maestro del pensiero e della pratica della nonviolenza: Mohandas Karamchand Gandhi.
Per terminare, se un lettore di questo giornale volesse avvicinarsi alla nonviolenza, che letture gli consiglieresti? Ovviamente escludendo il tuo volume (che invece consiglio vivamente io) e la raccolta di estratti di Gandhi a cura di Pontara, Teoria e pratica della non-violenza (che è, credo, il testo base da cui partire).
Dipende da qual è il punto di partenza del lettore: se è un cristiano (o uno spirito religioso in generale), gli consiglierei di partire da Aldo Capitini, Il potere di tutti; se è un marxista, da J. Galtung, Gandhi oggi; se è uno che si occupa di sociologia, A. Labate, Per un futuro senza guerre, Liguori 2008, e così di seguito.

 

Simenza

Il procedere dell'onda e la crisi di governo e opposizione

La lista dei ministri che hanno provato a smantellare o dequalificare l'istruzione pubblica è lunga. Forse il processo di cui la Gelmini è solo un esito inizia nel 1990 con Ruberti (contro cui nacque il movimento della Pantera) e passa per Berlinguer, Moratti e la coppia Mussi- Fioroni. Una delle linee- guida delle riforme è sempre stata la volontà di trasformare l'università in un laboratorio formativo di lavoratori utili al mercato, con l'esito distruttivo di una sempre maggiore dequalificazione del sapere. Oggi è l'ora del nuovo governo Berlusconi: il decreto 112/2008 convertito in legge il 6 agosto scorso (legge 133) prevede una drastica riduzione dei finanziamenti all'istruzione pubblica, dalle scuole elementari fino all'università, senza risparmiare la già tanto maltrattata ricerca. Dato l'enormità della crisi economica di un sistema economico e finanziario sull'orlo della recessione, questa volta i tagli sono stratosferici, mostrando a chiare lettere il vero intento politico: lo smantellamento sostanziale del "pubblico" in questi settori. Tagli complessivi superiori ai 10 miliardi di euro in cinque anni, riduzione drastica del personale tramite turnover all'università ed il ripristino del maestro unico nell'istruzione elementare (ma la riduzione comprende anche il personale Ata), invito caloroso alle facoltà a trasformarsi in enti privati: un attacco sistematico al funzionamento stesso del sistema. Che questo sia solo un tassello verso lo smantellamento del "pubblico" in tutte le sue forme è mostrato da provvedimenti paralleli: ad esempio, la gestione privatizzata degli acquedotti.                Solo per un'analisi superficiale questi fenomeni non sono connessi. Non dimentichiamo però, che, oltre i decreti 133 e 137, l'università italiana soffre di un malattia enorme e “antica”: il baronaggio. È questo vizietto, fra l'altro, che inceppa la macchina universitaria. Proprio il baronaggio rende talvolta i docenti di ruolo dei falsi alleati di questo movimento. Infatti, proprio per il potere che traggono dai rapporti baronali, essi hanno interesse a conservare parte dell'attuale funzionamento dell'università. Il baronaggio fa sì che il sistema universitario continui a riprodursi attraverso un meccanismo quantomeno contraddittorio. Il reclutamento dei sottoposti di un barone avviene, formalmente, per concorso pubblico, realmente per cooptazione “privata”. I “cooptati” sono sottoposti a forme di lavoro che nominare precarie è poco. La cooptazione inizia con scambi di favore tra baroni e aspiranti sottoposti: i secondi accettano di essere oberati dagli incarichi istituzionali e professionali dei loro cooptatori. Il premio? Un contratto precario in cui non è previsto tutto il carico di lavoro: correzioni di bozze, lavori a firma del barone, lezioni, ricevimenti ed esami al suo posto. Con la speranza che si liberi un posto. La precarietà è oggi il primo passo verso i privilegi accademici. La cooptazione, inoltre, impedisce la libertà di ricerca e, spesso, qualsiasi forma di pensiero critico. Essa rappresenta, nella fabbrica universitaria, i rapporti di produzione, ovvero di subordinazione tramite la costrizione del lavoro di ricercatori ridotti a “lavoratori del sapere”. Un barone lo si riconosce subito: basta guardare la coda di sottoposti che trascina dietro. L' opposizione delle forze politiche parlamentari ed ex- parlamentari è stata, all'inizio, ai limiti del ridicolo in quanto a incisività (forse in linea con gli sfaceli di Fioroni- Mussi). Ha raggiunto l'indecenza, invece, con la proposta referendaria anti- Gelmini. Solo da partiti incancreniti nella stagnazione politica che l'Italia sta vivendo negli ultimi anni potevano proporre un simile sbocco al movimento. Solo dal PD di Veltroni poteva venire questa proposta, solo il PRC di Ferrero poteva accodarsi. Il referendum è la ricetta proposta dall'opposizione istituzionale per evitare che l' Onda cresca troppo; è il sintomo della profonda paura di una casta politica incapace. La loro ricetta non cambia mai: l'esautoramento del potere autorganizzato dal basso attraverso la burla elettorale. Del resto il referendum non potrebbe essere indetto prima dell'aprile 2010.
La vera opposizione al governo sorge dal basso, in seno a quelle scuole ed a quelle facoltà universitarie il cui lento e faticoso scorrere sta per essere spazzato via dalla 133. L'esperienza del corteo del 17 ottobre è stata la prima occasione di protesta radicale messa in strada. Migliaia di studenti hanno bloccato quasi per un'intera giornata lavorativa uno dei centri dell'attuale produzione capitalistica occidentale: la metropoli. Hanno bloccato la mobilità: modus vivendi caratteristico della metropoli, modus operandi di buona parte della produzione attuale. L' Onda è entrata in azione. L' Onda nasce e si propaga , "allagando" città e metropoli. Gli aggettivi per descrivere cosa sia l' Onda non mancano e si sprecano: moltitudinaria, "liquida", irrappresentabile, eversiva; la verità è che mille percorsi politici diversi, uniti alle centinaia di migliaia di individualità per la prima volta mobilitate, si sono mosse all'unisono. Con un desiderio di vivere la politica in maniera immediata, di rovesciare i parametri rappresentativi classici, che è andato di pari passo alla sentita necessità di coordinarsi, ascoltarsi, imparare dagli altri ed radicalizzare. Tutto ciò porta ad un' esplosione di rabbia e di gioia, ad occupazioni diffuse ed intelligenti nelle forme, a cortei a volte spontanei. Ma soprattutto porta al sistematico blocco di città e metropoli. Il riferimento è chiaramente alla autentico di liberazione senza quel senso di frattura nei confronti del vecchio?
Nel mentre che cerchiamo di rispondere a queste domande, non sviamo il nostro cammino. L'onda è al passo coi tempi, forse è anche troppo attuale (e per questo ha perso la capacità di essere "inattuale" e di immaginare nuove epoche): stiamole dentro, senza abbandonare i nostri dubbi e senza arretrare mai di un solo passo.

R.G. & Simenza

Aux armes, citoyens!

L'onda monta e non accenna a scemare, il mare è mosso, rosso, gonfio; eppure chi sa navigarlo non lo teme, lo conosce. L'onda siamo noi: il corpo vivo del sistema formativo: studenti, precari, dottorandi, chi in una posizione di disagio, se non addirittura di miseria, fa vivere l'università . Chi la ama per quello che desidererebbe fosse e la odia per com'è o come la vorrebbe rendere chi tenta di governarci. L'onda siamo noi! Quei volti sono i nostri, possiamo riconoscerci, nessuno escluso, che vi piaccia o no! E ci indigna, ci disgusta chi vorrebbe reprimere, catturare, ciò che sfugge, che è indominabile: ciò che appunto ha solo la FORMA DELL'ACQUA che scorre tra le dita. Quelle ferite che la violenza militare del manganello, della menzogna, del raggiro infligge a questo corpo , sono ferite che bruciano sulla carne di tutti noi, riaperta e infettata ogni volta dal morbo dell'indifferenza, rifugio impossibile per chi mira anche soltanto a sopravvivere.
Come potete pensare di starne alla larga, quando è semplicemente la vostra possibilità di futuro in gioco? I vostri sogni, quello in cui pensate di investire la vostra esistenza!.. "Spiacenti c'è la crisi.. Andate in malora! Bisogna dare i soldi a chi finora li ha trafugati e per voi solo qualche spicciolo: si può e si deve vivere senza sogni: STATE CON I PIEDI PER TERRA BAMBOCCIONI!".. Ma la terra frana che vi piaccia o no e chi abbiamo di fronte non ci ama. L'onda è grande, non si ferma, ma non si accontenta neppure: vuole tutti voi e non accetta deleghe. Quello che vi serve di sapere per agire lo sapete e sapete anche quello che serve fare: Facciamolo! Sapete bene anche che non sarà inutile, che chi usa violenza contro di noi, disarmati, è debole e che il governo è ogni giorno più incerto, ma non ci regalerà nulla se non continuiamo ad incalzarlo.
Non abbiate paura! Non serve, credeteci. Il momento è decisivo ed il nostro futuro è già qui.. Viviamolo! E' quello che sappiamo fare meglio! Aux armes! Aux armes!

 
Didimo Chierico

 

Écrasez l’infâme!

Écrasez l’infâme!, schiacciate l'infame! - un imperativo illuminista e liberale, firmato Voltaire che diventa il nome di un progetto editoriale autorganizzato e militante. Questo giornale nasce polemico e antiliberale, riconoscendo, come testimonia lo stesso gioco del titolo, una sostanziale differenza di classe e di stile fra i vecchi liberali e i contemporanei. Schiacciare l'infame dovunque si trovi, in Parlamento come dietro una cattedra, in Vaticano come nelle università: ecco ciò che ci siamo prefissi.

Un giornale militante, che emerge da un collettivo eterogeneo e non identitario. Un giornale di battaglia filosofica che, al contrario di quanto possa sembrare, non ha nessuna connotazione da violenza gratuita. Come diceva Gandhi, per affrontare la violenza serve prima far emergere il conflitto nascosto: l'emersione della violenza intrinseca in ciò che studiamo, viviamo e respiriamo ogni giorno e la lotta contro chi mistifica questa violenza e la giustifica quotidianamente sono lo il nostro obbiettivo.

Écrasez l’infâme! Questo motto ci ricorda che la politica nasce nel conflitto, alla faccia dei moderni “liberal” buonisti. Il conflitto permea la nostra società, ricacciato nell'ombra dal “politically correct” e dalle acrobazie dei nani: il "ma anche", la tolleranza di chi ingloba l'altro perché e finché resti minoranza silenziosa, e grida al pericolo ogni qualvolta il rosso emerge nelle sue forme più o meno spontanee. Proprio quel buonismo che è potere, quell'abdicazione a se stesso del liberalismo degli scranni (il liberalismo ha sempre avuto questa tendenza), è ciò contro cui questo giornale si scaglia, con la violenza dell'«arma della critica», contro la critica dei manganelli. Così come ci scagliamo contro questa idea di una filosofia non militante, conformistica, dai toni sommessi, accademica e smorta che include violentemente il pensiero in un gioco di specchi autoreferenziale, e che sfoga la sua rabbia solo tra le frustrazioni di potere dietro le cattedre e che, ovviamente, elegge il "pensiero liberale" come suo caposaldo, tradendolo quando serve ed incarnandone a pieno l'anima ipocrita.

Il vecchio pensiero liberale, come scrisse Raoul Vaneigem, morì nel 1871, nella repressione della Comune di Parigi.

Analisi politica post-elezioni

 Le elezioni del 13 e 14 aprile hanno portato l’Italia a passo con le supposte tendenze generali che investono i sistemi politico-rappresentativi dei paesi avanzati occidentali, seppur con le proprie particolarità.
Qualcuno diceva che senza la semplificazione politica il paese non sarebbe potuto andare avanti. In realtà si hanno, ora, due grandi partiti, ma a ben vedere questi non hanno avuto un grande successo alle elezioni, rispetto alle politiche precedenti. Il PD ha ottenuto il 33% facendo entrare i radicali nel partito, quando solo “l’Ulivo” aveva il 31%. La PDL il 38% quando la somma dei voti di FI e AN si attestava al 39%. Restano, dunque, solo due contenitori attraversati da forti contraddizioni  interne. Ma nonostante la percezione della gente sia quella del bipartitismo, le vere novità sono la storica scomparsa della sinistra dal parlamento e l'affermazione della Lega Nord. Il successo della Lega sembra scandire ogni trasformazione politica italiana. Essa, infatti, emerse alla fine della prima repubblica con le elezioni del ‘92, smascherando la crisi di quelle strutture rappresentative e aprendo la seconda repubblica. Nel ’92 anche i più conservatori si erano resi conto della fine dei due
blocchi ideologici, anche i più attardati avevano scoperto che c’era stato un terremoto. Oggi la globalizzazione, che già da più di un decennio produce le sue nefandezze, precarizzando la vita, eliminando ogni tipo di garanzia sul lavoro, riformulando
una società fortemente classista e colpendo anche i ceti medi, è sotto gli occhi di tutti. La Lega in questo contesto, da un lato, raccoglie i voti del ceto medio e della media impresa, che impauriti dai venti della crisi finanziaria agiscono in maniera
reazionaria. Dall’altro anche il voto degli operai, che non vedendosi rappresentati nelle proprie garanzie sindacali da una sinistra che al governo o in parlamento non ha e non può avere voce in capitolo all’interno dei processi di globalizzazione, sceglie la defiscalizzazione per la propria regione attraverso il federalismo. Inoltre, questi processi vanno legati alla tematica
della sicurezza e dei migranti: la prima spettacolarizzata dalla televisione, la seconda che sfocia oltre che in diffidenza anche in una sorta di “concorrenza” fra poveri; ed entrambe le questioni vengono connesse fra loro dalla retorica xenofoba e gli immigrati sono, quindi, spacciati per i colpevoli di qualsiasi omicidio, violenza sessuale o condizione malavitosa. Insomma un voto razzista. Quindi la Lega rappresenta i ceti che rischiano di perdere la propria condizione e le tendenze reazionarie della
società: vista la crisi che sta arrivando, questa sembra essere l’ideologia dominante.
La vittoria del partito di Bossi e delle destre sta proprio sulla valutazione della crisi, rispetto all’ottimismo immaginario di Veltroni. E le destre cominciano a fare un discorso di chiusura protezionista, che sembrerebbe coerente per la Lega, ma
contraddittorio per gente liberista della Pdl. E si capisce, Berlusconi avrà problemi, e già si vedono, a coniugare una visione federalista della Lega ad una centralista e nazionalista di AN.
L’altro punto importante dell’ultima tornata elettorale è stata la scomparsa della sinistra dal parlamento. Questa ha accusato il Partito Democratico di avergli rubato voti e favorito il trionfo delle destre. Certamente Veltroni non ha conseguito gli obiettivi sperati durante la campagna elettorale. Se è riuscito a raccogliere voti al centro, non ce l’ha fatta però a conquistare la gente del Nord e soprattutto a sottrarre consensi attraverso la battaglia securitaria. Gli elettori, tra la copia e l’originale  hanno preferito l’originale. E questa mossa non ha fatto altro che spostare il dibattito a destra. La Sinistra Arcobaleno, dunque, perde intanto per essersi avvicinata fin troppo a queste tendenze e per aver accettato e ragionato secondo la governance. Un’altro fattore può essere rintracciato nel non aver saputo dare delle risposte alle domande che sorgevano dalla base. O meglio, per un’incapacità di analisi dei fenomeni prodotti dalla globalizzazione, cioè l’incapacità dei governi di agire su questo grande caos che produce paure per il futuro, quali la precarizzazione della vita, il vortice guerra-terrorismo e l'inevitabile catastrofe ambientale. E la gente di fronte all’incertezza capisce di essere sull’orlo del baratro. La paura, poi, si riversa nei voti alla Lega. In ultima analisi, la principale causa della sconfitta è la pretesa, soprattutto da parte di Rifondazione Comunista, di rappresentare non solo al parlamento, ma al governo le istanze del movimento. Il tentativo era quello di creare un partito di “lotta e di governo”. Infatti, nonostante il ciclo del “movimento dei movimenti” si fosse in parte chiuso dopo la guerra in Iraq, Rifondazione di fatto era presente nelle vertenze che tal volta sorgevano (Acerra, Val di Susa).È finita un’epoca, il Novecento, quando i partiti della sinistra si autonominavano rappresentanti dei diritti delle classi più deboli. E quelle forme di partito e del sindacato oggi non sono più rappresentative. Questo a causa del caos prodotto dalla globalizzazione che porta il potere ad una crisi controllo dei mercati, del comando e della "governamentalità". E a tutto ciò risponde con un ritorno al protezionismo economico, criminalizzando il diverso (il drogato, il nero, il rom, il gay) e affrontando il problema della sicurezza come il principale attraverso lo strumento della paura.